L’Alto Adige dopo il 1918
L’Alto Adige dopo il 1918
Sudtirolo sotto il fascismo
Nei primi anni furono discussi progetti di autonomia per i nuovi territori. Essi erano però assai difficili da conciliare con l’idea unitaria e centralistica dello Stato che dominava allora in Italia. Furono rispettati alcuni diritti delle minoranze; ad esempio furono mantenute le scuole in lingua tedesca e slovena. Ma la situazione cambiò radicalmente col 1922.

L’avvento al potere di Mussolini e del fascismo non solo annullò ogni speranza di autonomia, ma diede il via ad una politica di rapida e forzata italianizzazione, che aveva come obiettivo la cancellazione delle minoranze linguistiche e culturali. In Alto Adige un ruolo importante in questo senso fu svolto da Ettore Tolomei, uno studioso nazionalista roveretano che già dai primi anni del secolo aveva cominciato a diffondere il concetto dell’italianità/latinità del territorio tra Salorno e il Brennero. Egli era stato l’artefice della diffusione in Italia della stessa indicazione geografica di «Alto Adige» (aveva ripreso il termine dal periodo napoleonico).

Secondo i suoi programmi, che in parte furono seguiti dal regime fascista, l’Alto Adige avrebbe dovuto essere immerso in un «lavacro di italianità»: dalla lingua alla veste architettonica, fino agli stessi costumi di vita.

Fu introdotta la toponomastica italiana e abolita quella tedesca. Fu proibito l’uso del temine «Tirolo» e dei suoi derivati («Südtirol»). L’italiano divenne l’unica lingua ammessa nell’amministrazione e nella scuola (Legge Gentile, 1923). Un decreto prevedeva persino la «restituzione alla forma italiana» di cognomi considerati «intedescati». Era un invito a italianizzare i nomi di famiglia, che per fortuna ebbe poco seguito.
Soprattutto le giovani generazioni sudtirolesi si trovarono così in una situazione di lacerazione interiore: dover accettare una vita pubblica ed esteriore italiana, avvertita come estranea, e allo stesso tempo custodire gelosamente la propria identità culturale nella sfera privata, familiare.

Nacquero dei corsi clandestini per insegnare ai bambini almeno i rudimenti della lingua tedesca. Furono chiamati «scuole delle catacombe» («Katakombenschulen») dall’appello lanciato dal canonico Michael Gamper nel 1923: «Dobbiamo imitare i primi cristiani quando furono perseguitati: si rifugiarono nelle catacombe». Ovviamente le autorità italiane cercarono in ogni modo di scoprire e scardinare la rete di queste scuole.

Nel frattempo cresceva l’immigrazione italiana, soprattutto da quando, nel 1927, era stata istituita la Provincia di Bolzano, che veniva così staccata da Trento (alla quale rimaneva la Bassa Atesina). Lo scopo era di dare centralità al capoluogo, con l’apertura di nuovi uffici e l’avvio di grandi opere pubbliche. Nella seconda metà degli anni Trenta iniziò la costruzione della grande zona industriale di Bolzano. Arrivarono migliaia di famiglie di operai, impiegati, tecnici. Per accoglierle si costruirono nuovi quartieri, tra cui quello caratterizzato dalle «case semirurali».